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da Vita nei Campi
Novembre: testa di rapa.
di Angelo Floramo
Prodotto povero per antonomasia, la rapa ha da sempre rappresentato un alimento fondamentale del contadino friulano. Coltivata a margine dei campi o negli orti, venne considerata talmente preziosa per la sopravvivenza “nei mesi freddi” che i legislatori medievali punirono con grande severità chi le rubava, mettendo a repentaglio la sussistenza dei ceti più svantaggiati. Così ad esempio gli statuti di Ragogna, risalenti alla fine del secolo XV, colpiscono con particolare asprezza coloro che, intromettendosi nei fondi altrui ardiscono “portare via rape o foglie di rape”, conosciute in Friuli come viscjes, importante fonte di sostentamento, assieme al vino, per la gente comune. La celebre “brovada” non era l’unica ricetta: le donne sapevano bene che dopo la prima gelata veniva il tempo della raccolta. Le rape diventavano così gustosissimi “ufiei” se tagliate a tocchettini, fatte lessare e poi passate in padella nello strutto; le foglie si conservavano invece sotto sale ottime per condire le zuppe. Correva il 1547 quando con il nome d’arte di Andrea Bergamo Pietro Nelli stampò un libretto godibilissimo, che contiene ventisei capitoli scritti in rima conosciuto come le “Satire alla charlona”. Il contenuto è ispirato alla grande tradizione burlesca del ‘500. Ne esce un quadro estremamente colorato di straordinaria vivacità, che ha il sapore di quel vino che si versa sulle tavole di legno di un’osteria piuttosto che l’abboccato dolce e stucchevole di un liquore offerto in calici di cristallo nel salotto di una corte raffinata. I contenuti sono rabbiosi ma l’acidulo si mescola sempre alla leggerezza che scaturisce dalla risata, mantenendo intatto il piacere ruvido e il gusto di mordere quando capita. Nel capitolo dedicato alla “lingua” l’autore si occupa anche dei friulani: “Ma dà vanto al Friul d’un tal contento, lingue furlane, anchor che fosser nate cento miglia di qua dal Tagliamento, o fosser pur delle vacche impastate ne pestrini in Venezia, assai più degne che le furlane, con rape ingrassate”. Mi sembra il complimento più bello fatto all’idioma che schiocca in queste nostre contrade, definito schietto e vero, forse perché corretto con l’asprigno delle rape, così lontane dai confetti veneziani. Per questo destinato a farsi riconoscere anche lontano dal Tagliamento. Come a dire che Popolo e Lingua si assomigliano. E che c’è più dignità in una scodella di “brovada”, ma gustata da uomini liberi, che in un piatto d’argento leccato con la lingua di un servo.
Buona domenica
RispondiEliminaBom domingo minha querida amiga Olga.
RispondiEliminaHi Olga! You wrote very interesting information. Olga I wish you a happy Sunday!
RispondiEliminaMuy interesante, te mando un beso.
RispondiEliminaMuy interesante, te mando un beso. https://enamoradadelasletras.blogspot.com/
RispondiEliminaNon ho mai mangiato una rapa e non l'ho mai vista.
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