DA VITA NEI CAMPI (fb)
LA SAGA DEGLI AUTOCTONI
![]() |
dal web |
di Raffaele Testolin
I Romani – a dispetto di un pensiero molto comune – non amavano le mele. Preferivano uva, fichi, pesche ed altra frutta dolce. Avevano notato la sfortuna delle popolazioni del nord-Italia e di quelle al di là delle Alpi, costrette a mangiare mele selvatiche dell’unica specie di melo europea, il Malus sylvestris, che - a detta di Plinio il vecchio - aveva un succo tanto aspro da smussare il filo di una spada (“Peculiare improbae iis acerbitatis convicium et vis tanta, ut aciem gladii praestringat”. S’erano impietositi e avevano introdotto nelle province più settentrionali dell’impero, Forum Julii compreso, ‘mele dolci’ provenienti dalle provincie dell’Asia minore. In Asia minore c’erano delle altre specie di melo e soprattutto erano confluite, grazie ai commerci, le mele dell’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan ecc.), che sono le mele che attualmente vengono coltivate in tutto il mondo.
Detto questo, è giusto osservare che la coltura del melo, assieme a quella del pero, ha rappresentato una lunga tradizione e una fonte importante di reddito per le popolazioni friulane insediate nella fascia pedemontana che va da Maniago alle Valli del Natisone, passando ovviamente per la Carnia. I‘bearçs’ o ‘broili’ – fazzoletti di terra coltivati a prato stabile e disseminati di alberi da frutto radi – rappresentano tuttora un paesaggio rurale di grande fascino. Piante di melo di 50-100 anni o più sono a testimoniare la storia di un popolo frugale, povero e orgoglioso, che ha saputo mantenere un attaccamento incredibile alle tradizioni, ma anche alle varietà di mele, pere e susine, che altrimenti sarebbero andate irrimediabilmente perdute.
Olga, io amo i meli! Ciao!
RispondiEliminaNon che la mela sia il mio frutto preferito, ma mi piacciono le mele al forno, o la torta di mele.
RispondiEliminaAbbracci Olga