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7 mar 2022

Dove sono i padroni della Benecia


 In una notifica giuridica di Altroconsumo ha attirato la mia attenzione l’argomento trattato: l’articolo 42 della Costituzione italiana. Tra l’altro recita: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. (…) Può essere espropriata per motivi di interesse generale (…)».

Nell’articolo 44 si specifica ancora: «Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, (…) promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e media proprietà. La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane». Disposizioni di per sé chiare; non tanto consigli, quanto imposizioni.

Lungi dal propormi costituzionalista, tuttavia prendendo spunto da queste norme anch’esse fondanti la nostra Repubblica, mi permetto qualche riflessione sulle particolari condizioni del territorio montano sul confine orientale, in primis delle Valli del Natisone.

Storicamente, lo sappiamo, essendo il possesso del pezzo di terra l’unica ricchezza, l’unico mezzo di sostentamento degli abitanti, il lega- me con essa spesso assumeva manifestazioni patologiche. Infatti, nei secoli passati, per diatribe confinarie tra proprietari, gli avvocati cividalesi ebbero il loro bel tornaconto. Ma qual è oggi il vero problema del territorio valligiano, già propagandato come lussureggiante, incontaminato, ameno per pace ed aria pulita, ideale per forestoterapia?

Oltre alla perdita di tre quarti della popolazione e la conseguente forte riduzione del lavoro agricolo, rimane la esasperata frammentazione delle proprietà, una parcellizzazione parossistica ormai insanabile.

Non ho dati attuali relativi alle «ditte» iscritte nel catasto terreni dei sette comuni del bacino idrografico del Natisone ma, seppure siano fortemente datati, posso fare riferimento ai dati raccolti oltre un secolo fa dal geologo Francesco Musoni, nato a Sarženta / Sorzento. La superficie di 17.043 ettari di allora non dovrebbe essere cambiata, ma su di essa si sono susseguite diverse generazioni ed è aumentato proporzionalmente il numero degli eredi successori. Ai tempi più antichi vigeva una specie di maggiorascato per cui le proprietà non venivano frazionate tra i famigliari rimanendo al primogenito, ma quando le norme cambiarono, il frazionamento aumentò senza misura.

Tornando alla popolazione, sappiamo che dopo la prima guerra essa iniziò a calare parzialmente e che dopo la seconda si ruppe ogni equilibrio, riducendosi di oltre due terzi dei 16 mila residenti del 1951. Ogni angolo di mondo vide i nostri emigranti e la pianura friulana si arricchì del lavoro dei valligiani. E le proprietà? Veramente difficile stabilirne le reali dimensioni ed i reali antichi confini degli appezzamenti ed ancor più trovarne i teorici possessori. Per constatare l’abbandono massiccio di ogni attività agricola e di ogni sfruttamento razionale del territorio basta percorrere le belle strade del Giro d’Italia e, anche occasionalmente, percorrere le stradine dei borghi contando i camini fumanti, per rendersi conto di quanta forza vitale si sia disciolta nei cimiteri e nell’emigrazione. Ebbene, se come scriveva il Musoni, nel lontano 1895 nel distretto di San Pietro erano censiti 71.281 appezzamenti per una superficie di 17.043 ettari, da allora ad oggi quanti sono divenuti dopo la suddivisione dovuta alle successioni?

Nel passato gli eredi si impossessavano fisicamente delle proprie quote al fine di sfruttarle. E sfruttate lo erano, se dei 17.043 ha di territorio ne erano considerati produttivi come fossero in pianura – e tassati – il 95 per cento. Per codesto territorio montano, non produttivi erano solo 888 ettari! Che venissero sfruttati anche i sassi, i percorsi dei torrenti, le strade, le superfici verticali delle forre e dei precipizi? Detto per inciso, di fatto fece più danno alla popolazione il fisco ingiusto e rapinatorio di qualsiasi altro fattore fisico e sociale. L’alternativa all’inedia sociale, solo la fuga. Le prime furono le donne a cercare soluzioni alternative alla miseria, poi furono i giovani e i padri famiglia a prendere ogni possibile strada promettente. Questo ha portato a conseguenze difficilmente valutabili.

Dove sono, chi sono, quanti sono dunque, oggi, i legittimi proprietari delle terre beneciane? Come esempio di parcellizzazione delle proprietà fondiarie potrei citare il mio caso: per il catasto sono proprietario di un trentacinquesimo (1/35) di 11 piccoli lotti per una superficie complessiva 1,94 ettari con una particella di 23 metri quadrati. Tutte queste in teoria dovrebbero essere suddivise tra 35 legittimi proprietari, con un costo iperbolico privo di ogni senso. Qualunque sia il classamento: castagneto da frutto, bosco ceduo o prato, ogni particella mantiene il proprio valore reddituale dei tempi remoti pur essendo ormai bosco.

A corollario di quanto detto, è lecito chiedersi: c’è un modo giuridico, politico, amministrativo di buon senso che possa ridare una qualche utilità, una funzione sociale, uno sfruttamento razionale del suolo e di quanto insiste su esso? Oppure permarrà il destino assegnatovi dal Piano urbanistico regionale di 50 anni fa che definiva le Valli del Natisone «zona silvopastorale »? Parli pure la Costituzione di provvedimenti a favore delle zone montane, di ricostituzione delle unità produttive; di aiuti alla piccola e media proprietà. La legge propone e impone… la politica dispone.

Riccardo Ruttar

https://www.dom.it/dove-sono-i-padroni-della-benecia_kje-so-beneski-gospodarji/

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